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Classificazione della gravità delle procedure

La gravità della procedura è determinata in base al livello di dolore, sofferenza, angoscia o danno prolungato cui sarà presumibilmente sottoposto il singolo animale nel corso della procedura stessa.

Sezione I: Categorie di gravità

Non risveglio
Le procedure condotte interamente in anestesia generale da cui l’animale non può riprendere coscienza sono classificate come “non risveglio”.
Lieve

Le procedure sugli animali che causano probabilmente dolore, sofferenza o angoscia lievi e di breve durata, nonché le procedure che non provocano un significativo deterioramento del benessere o delle condizioni generali degli animali sono classificate come “lievi”.

Moderata

Le procedure sugli animali che causano probabilmente dolore, sofferenza o angoscia moderati e di breve durata, ovvero dolore, sofferenza o angoscia lievi e di lunga durata, nonché le procedure che provocano probabilmente un deterioramento moderato del benessere o delle condizioni generali degli animali sono classificate come “moderate”.

Grave
Le procedure sugli animali che causano probabilmente dolore, sofferenza o angoscia intensi, ovvero dolore, sofferenza o angoscia moderati e di lunga durata, nonché le procedure che provocano probabilmente un deterioramento grave del benessere o delle condizioni generali degli animali sono classificate come “gravi”.

Sezione II: Criteri di assegnazione

L’assegnazione della categoria di gravità tiene conto di ogni intervento o manipolazione cui è sottoposto un animale nell’ambito di una determinata procedura. Essa è basata sugli effetti più gravi che rischia di subire il singolo animale dopo che sono state applicate tutte le opportune tecniche di affinamento.
Allorché si assegna una procedura a una determinata categoria si tiene conto del tipo di procedura e di una serie di altri fattori. Tutti questi fattori sono considerati caso per caso.
I fattori relativi alla procedura comprendono:

  1. tipo di manipolazione, gestione;
  2. natura del dolore, della sofferenza, dell’angoscia o del danno prolungato causati dalla procedura (in tutti i suoi elementi ) e relativa intensità, la durata, frequenza e molteplicità delle tecniche impiegate;
  3. sofferenza cumulativa nell’ambito della procedura;
  4. impedimento del comportamento naturale, dovuto tra l’altro a limitazioni delle norme in materia di alloggiamento, allevamento e cura.

La sezione III contiene esempi di procedure assegnate a ciascuna delle categorie di gravità unicamente in base a fattori relativi al tipo di procedura. Tali esempi forniscono una prima indicazione riguardo alla classificazione che sarebbe più appropriata per un determinato tipo di procedura.
Tuttavia, ai fini della classificazione di gravità definitiva della procedura, si tiene conto anche dei seguenti fattori aggiuntivi, valutati caso per caso:

  1. tipo di specie e genotipo;
  2. maturità, età e sesso dell’animale;
  3. esperienza di addestramento dell’animale con riferimento alla procedura;
  4. se l’animale è destinato a essere riutilizzato l’effettiva gravità delle procedure precedenti;
  5. metodi usati per ridurre o eliminare dolore, sofferenza, angoscia, tra cui il perfezionamento delle condizioni di alloggiamento, allevamento e cura;
  6. punti finali umanitari.

Sezione III:

Esempi di procedure assegnate a ciascuna delle categorie di gravità in base a fattori relativi al tipo di procedura

Lieve
  1. somministrazione di anestesia, ad esclusione della somministrazione ai soli fini della soppressione;
  2. studio farmacocinetico, con somministrazione di dose unica, numero limitato di prelievi ematici (in totale <10% del volume circolante) e sostanza che non dovrebbe causare effetti avversi riscontrabili;
  3. tecnica non invasiva per immagini (ad esempio MRI) con opportuna sedazione o anestesia;
  4. procedure superficiali, ad esempio biopsie di orecchio e coda, impianto sottocutaneo non chirurgico di mini-pompe o transponder;
  5. applicazione di dispositivi telemetrici esterni che causano solo lievi menomazioni o interferenze con l’attività e il comportamento normali;
  6. somministrazione, per via sottocutanea, intramuscolare, intraperitoneale, mediante sonda ed endovenosa attraverso i vasi sanguigni superficiali, di sostanze con effetto lieve o nullo e in volumi nei limiti appropriati alla taglia e alla specie dell’animale;
  7. induzione di tumori o tumori spontanei che non causano effetti clinici avversi riscontrabili (ad esempio piccoli noduli sottocutanei non invasivi);
  8. riproduzione di animali geneticamente modificati da cui dovrebbe risultare un fenotipo con effetti lievi;
  9. alimentazione con diete modificate che non soddisfano tutte le esigenze nutrizionali degli animali e si prevede causino anomalie cliniche lievi nell’arco di tempo dello studio;
  10. confinamento di breve durata (<24h) in gabbie metaboliche;
  11. studi che comportano la privazione di breve durata del partner sociale, la messa in gabbia di breve durata di ratti o topi adulti socievoli;
  12. modelli in cui gli animali sono sottoposti a stimoli nocivi, brevemente associati a dolore, sofferenza o angoscia lievi a cui gli animali possono sottrarsi;
  13. la combinazione o l’accumulo degli esempi seguenti può condurre ad una classificazione “lieve”;
  14. valutazione della composizione corporea con tecniche non invasive e contenimento fisico minimo;
  15. controllo elettrocardiografico con tecniche non invasive e contenimento fisico minimo o nullo di animali abituati;
  16. applicazione di dispositivi telemetrici esterni che non causano probabilmente alcuna menomazione ad animali socialmente abituati e non interferiscono con l’attività e il comportamento normali;
  17. riproduzione di animali geneticamente modificati da cui non dovrebbe risultare un fenotipo avverso clinicamente riscontrabile;
  18. aggiunta di marker inerti alla dieta per seguire il passaggio del contenuto gastrointestinale;
  19. sospensione dell’alimentazione per < 24 ore nei ratti adulti;
  20. sperimentazioni in ambiente naturale.
Moderata
  1. Applicazione frequente di sostanze di prova che producono effetti clinici moderati e prelievo di campioni ematici (>10% del volume circolante) in animali coscienti, nell’arco di alcuni giorni senza sostituzione del volume;
  2. studi per determinare i dosaggi che producono effetti acuti, test di tossicità cronica/cancerogenicità con punti finali non letali;
  3. chirurgia in anestesia generale e somministrazione di idonei analgesici, associata a dolore, sofferenza o deterioramento delle condizioni generali post-chirurgici. Esempi: toracotomia, craniotomia, laparatomia, orchiectomia, linfadenectomia, tiroidectomia, chirurgia ortopedica con stabilizzazione efficace e trattamento delle lesioni, trapianto di organi con trattamento efficace dei rigetti, impianto chirurgico di cateteri o dispositivi biomedici (ad esempio trasmettitori telemetrici, mini-pompe, ecc.);
  4. modelli di induzione di tumori o tumori spontanei che si prevede causino dolore o angoscia moderati o interferenza moderata con il comportamento nomale;
  5. irradiazione o chemioterapia in dose subletale o dose altrimenti letale ma con ricostituzione del sistema immunitario. Gli effetti avversi previsti dovrebbero essere lievi o moderati e di breve durata (<5 giorni);
  6. riproduzione di animali geneticamente modificati da cui dovrebbe risultare un fenotipo con effetti moderati;
  7. creazione di animali geneticamente modificati mediante procedure chirurgiche;
  8. uso di gabbie metaboliche con restrizione moderata del movimento per un lungo periodo (fino a 5 giorni);
  9. studi con uso di diete modificate che non soddisfano tutte le esigenze nutrizionali degli animali e che si prevede causino anomalie cliniche moderate nell’arco di tempo dello studio;
  10. sospensione dell’alimentazione per <48 ore nei ratti adulti;
  11. induzione della fuga e di reazioni di evitamento nei casi in cui l’animale è incapace di rispondere con la fuga o di sottrarsi agli stimoli, che si prevede causi angoscia moderata.
Grave
  1. Prove di tossicità in cui la morte è il punto finale, o si prevedono decessi accidentali e sono indotti stati patofisiologici gravi. Ad esempio, prova di tossicità acuta con dose unica (v. orientamenti OCSE in materia di prove);
  2. prova di dispositivi che, in caso di guasti, possono causare dolore o angoscia intensi o la morte dell’animale (ad esempio dispostivi cardiaci);
  3. prova di potenza dei vaccini caratterizzata da deterioramento persistente delle condizioni dell’animale, graduale malattia che porta alla morte, associate a dolore, angoscia o sofferenza moderati e di lunga durata;
  4. irradiazione o chemioterapia in dose letale senza ricostituzione del sistema immunitario, ovvero con ricostituzione e reazione immunologica contro l’ospite nel trapianto;
  5. modelli di induzione di tumori o tumori spontanei che si prevede causino malattia progressiva letale associata a dolore, angoscia o sofferenza moderati di lunga durata Ad esempio, tumori che causano cachessia, tumori ossei invasivi, tumori metastatizzati e tumori che causano ulcerazioni;
  6. interventi chirurgici e di altro tipo in anestesia generale che si prevede causino dolore, sofferenza o angoscia postoperatori intensi, oppure moderati e persistenti, ovvero deterioramento grave e persistente delle condizioni generali dell’animale. Produzione di fratture instabili, toracotomia senza somministrazione di idonei analgesici, ovvero traumi intesi a produrre insufficienze organiche multiple;
  7. trapianto di organi in cui il rigetto può causare angoscia intensa o deterioramento grave delle condizioni generali dell’animale (ad esempio xenotrapianto);
  8. riproduzione di animali con alterazioni genetiche che si prevede causino deterioramento grave e persistente delle condizioni generali, ad esempio morbo di Huntington, distrofia muscolare, nevriti croniche recidivanti;
  9. uso di gabbie metaboliche con limitazione grave del movimento per un lungo periodo;
  10. scosse elettriche inevitabili (ad esempio per indurre impotenza acquisita);
  11. isolamento completo di specie socievoli per lunghi periodi, ad esempio cani e primati non umani;
  12. stress da immobilizzazione per indurre ulcere gastriche o insufficienze cardiache nei ratti;
  13. nuoto forzato o altri esercizi in cui il punto finale è l’esaurimento.
 

Come ogni anno lo stage invita all’assaggio di una disciplina parallela utile e/o curiosa. Quest’anno è la volta del Toreo de Salon (la corrida senza toro). L’eleganza, la delicatezza e le principali figure artistiche del torero, l’uso di accessori come la muleta e il capote, la etichetta nel rapporto con il pubblico e con l’avversario sono offerti da un grande maestro della Scuola di Siviglia.

Questo è quanto si legge dal sito dell’Arlecchino errante. L’assaggio di questa disciplina parallela utile e/o curiosa si terrà durante la manifestazione pordenonelegge.

Partono le proteste. Dai siti francesi anti-corrida son arrivate segnalazione ad Agireora che ha generato un tam tam, organizzando un invio massivo di mail:

E cosa ne pensano in Spagna? Lo sappiamo dalle pagine pro corrida dei siti Huelvainformacion e Sevillatoro che segnalano che alla manifestazione parteciperà attivamente la scuola di tauromachia di Siviglia, tramite il professor Luis de Pauloba e l’alunno Francisco Lama, che daranno lezioni di toreo de salon, cioè la danza con muleta e capote per un miglior apprendimento. E sabato 4 il professor Miguel Serrano ha tenuto una bella conferenza sulla tauromachia.

Manca il toro? Certo, ma è con questo sistema che si comincia a introdurre la corrida, riprova ne sia che il fatto è segnalato con interesse dai siti pro-corrida. Quindi è bene far capire che si tratta di un argomento non gradito da molti, inviando questa mail a:

Questo era il template del messaggio da inviare:

Gent.mi Organizzatori del Festival l’Arlecchino Errante (patrocinato da Comune, Provincia e Regione), ho saputo che è stata tenuta una conferenza sulla tauromachia il 4 settembre e che fra il 6 e il 10 Luis de Pauloba e Francisco Lama, professore e allievo della scuola di tauromachia, terranno lezioni di toreo de salon.

Questa iniziativa ha ottenuto ovviamente interesse e sostegno sui siti promotori della corrida (ad esempio www.huelvainformacion.es/toros e www.sevillatoro.com), perché è un modo per sdoganare la corrida all’estero, come ben sanno le associazioni anticorrida.

Voglio pertanto aderire alla protesta in corso (per conoscenza inviata anche agli enti pubblici patrocinatori della Vostra manifestazione) chiedendo un Vostro impegno formale affinché non venga mai più ripetuto questo genere di iniziative, essendo anch’io del parere che la tortura no es arte ni cultura.

Uno stralcio della loro risposta:

Il Toreo de Salon come disciplina senza animali, incruenta e coreografica, in Spagna, e persino in Catalogna, è ormai una delle offerte delle palestre di fitness, in particolare del metodo Pilates.

Per questo ce ne siamo occupati, dato il nostro interesse scientifico per le discipline espressive e del movimento.

Prenderemo immediatamente i dovuti provvedimenti di diffida nei confronti degli organi di stampa e dei portali taurini che ci segnalate, e di altri che dovessero manifestarsi nel prossimo futuro.

[…]

Noi poi addirittura invece ci riteniamo amici e solidali: siamo per esempio completamente d’accordo con la definizione degli animali come coinquilini non umani da Lei riportata. Spesso pensiamo che gli animali siano migliori di noi, e sicuramente lo pensiamo in questa vicenda. Possiamo dunque garantire — formalmente, come richiesto — tutte le persone che ci hanno scritto preoccupate o indignate che non ci occuperemo mai più di corrida né di altro che possa generare, dal punto di vista dei nostri reali sentimenti verso gli animali e verso la violenza in genere, una trappola come quella che si è creata.

[…]

Dal canto nostro, ci dichiariamo disponibili ad ogni aiuto e sostegno verso le Vostre iniziative, nei limiti del rispetto e della conoscenza reale dei fatti. Spero che questo contatto possa dunque avere un seguito.

Ed ecco uno stralcio della risposta del Notiziario Animalista, che aveva promosso la protesta:

I sostenitori della corrida non strumentalizzano il Vostro spettacolo, ma fanno solo evidenziare che per loro questo festival assume importanza proprio perché avete invitato personaggi di primo piano nella tauromachia; dovrà ammettere che invitare per una conferenza un importante maestro del settore a proporre una dimostrazione tecnica e storica sull’estetica del torero come apparso su un periodico online di Pordenone, senza il controcanto di qualcuno che evidenzi gli orrori e le nefandezze che sono legati ai toreri non può che rallegrare i sostenitori della corrida.

Quindi non erano necessari approfondimenti per comprendere che purtroppo l’iniziativa da Voi promossa era (involontariamente, stando a quanto scrive) di fatto fortemente sbilanciata a favore della corrida, anche se solo dal punto di vista culturale; quello culturale è però l’ostacolo più robusto che incontriamo nella nostra attività di promozione di un’etica rispettosa verso i viventi, che per noi deve far premio rispetto ai diversi valori culturali, così come oggi il valore della vita umana fa premio sui valori culturali che stavano alla base dei sacrifici umani delle pur grandi civiltà indigene del Centroamerica, talché a nessuno oggi viene in mente di riproporli, perché suscitano unanime orrore.

Prendiamo atto con piacere comunque del Vostro impegno a sostenere eventualmente le nostre attività: a noi basta che evitiate di sostenere o promuovere, senza contraddittorio paritario, iniziative relative a forme culturali che — come in questo caso — derivano da riti e usanze basate sull’atroce sofferenza di esseri senzienti.

Il tutto si è concretizzato in due striscioni appesi da un comitato animalista dietro all’ex convento S. Francesco di Pordenone che incitavano il torero ad andare fora dai marones e che dichiaravano che l’unico torero buono è quello incornato. Ai toni interlocutori (sebbene piuttosto fermi) della risposta, si sostituiscono quelli più aspri degli striscioni. Tutto sommato misurati rispetto all’incredibile violenza della tauromachia!

Il Messaggero Veneto naturalmente riassume la vicenda con toni sprezzanti: ora gli animalisti protesteranno anche contro il dettoprendere il toro per le corna?, mettendo in ridicolo l’intento di protesta degli animalisti, che spesso son visti come dei perdigiorno troppo idealisti.

Ora, il torero in questione, Luis de Pauloba, è stato incornato prima di intrapprendere la carriera di maestro, perdendo la vista da un occhio. Il Messagero, incredibilmente, commenta in un modo risibile, quasi a dire… agli animalisti non basta che il torero abbia perso la vista! Come se avesse avuto un incidente sul lavoro.

Se ci fossero dubbi sulla necessità di protestare contro queste iniziative, ricordo che i diritti degli animali devono venire prima dei diritti di esprimere l’arte, il divertimento ed ogni altra attività umana, compreso il nutrimento del corpo. E la corrida fa parte di quegli episodi culturali umani dal carattere estremamente inutile e cruento.

 

La Croazia più nera festeggia i suoi delitti

Ustascia e fascisti a Knin inneggiano alla sanguinosa pulizia etnica del ’95

La cacciata dalla Krajina dei civili serbi — i profughi furono oltre 300mila — si protrasse per una decina di giorni, durante i quali i militari croati saccheggiarono, uccisero, fecero saltare o incendiarono le case dei serbi, massacrando quasi tutti i civili che, per vecchiaia, malattie o altri motivi erano rimasti nelle case

GIACOMO SCOTTI
KNIN

Nel 1991, su un territorio di oltre diecimila chilometri quadrati comprendente le regioni croate della Lika, Kordun e Banija abitate sin dal XV secolo da popolazioni serbo-ortodosse fuggite dai territori invasi dai turchi, fu costituita la secessionista “Repubblica serba di Krajina”. Con l’operazione “Tempesta”, protrattasi dalle 5 del mattino del 4 agosto 1995 alle ore 18 del 7 agosto, un esercito croato di 150mila uomini invase ed occupò quel territorio, ripulendolo dell’intera popolazione che in interminabili colonne abbandonò i campi, le case, le greggi, ogni bene, perfino i pasti ancora caldi sulla tavola per raggiungere con auto, trattori ed altri mezzi la Bosnia e la Serbia. Molti restarono morti lungo la strada, mitragliati da terra e dal cielo o vittime di sassaiole e linciaggi mentre attraversavano i territori croati. Sul piano militare l’operazione durò 84 ore, ma la cacciata dal territorio delle popolazioni civili — i profughi serbi ammontarono ad oltre 300mila — si protrasse per una decina di giorni, durante i quali i “liberatori” misero la regione abbandonata a ferro e a fuoco: saccheggiarono, uccisero, fecero saltare in aria con la dinamite o distrussero col fuoco le case dei serbi, massacrando quasi tutti i civili che, per vecchiaia, malattie o altri motivi erano rimasti nelle case. Le uccisioni e le distruzioni continuarono per circa due anni. Chi scrive le ha documentate nel suo libro Croazia, Operazione Tempesta, uscito nel 1996 e nella raccolta di testimonianze dei superstiti pubblicate in Storie di profughi e massacri del 2001. Il numero finora accertato dei civili massacrati supera i 2.500.

Uccisi anche al ritorno

Dei profughi finora sono tornati alle loro case poco più di 100mila, in gran parte vecchi. Di essi una ventina sono stati uccisi al ritorno, dopo il ripristino della democrazia. Il rientro degli esuli, già ostacolato in ogni modo da Tudjman, anche con azioni terroristiche dei suoi “eroi” di guerra, incontra difficoltà anche oggi. Nei passati giorni di luglio un vecchio è stato ucciso dai soliti ignoti a Karin e due fratelli ultrasettantenni sono stati selvaggiamente bastonati. Certo, sono atti di terrorismo sporadici, la situazione è molto migliore che in passato: gran parte delle case distrutte sono state ricostruite, grazie anche agli aiuti internazionali; sono centinaia i consiglieri serbi eletti nelle Assemblee comunali e cittadine da un capo all’altro dell’ex “Krajina”; a Knin, il capoluogo, per un pelo non hanno conquistato la maggioranza nelle elezioni amministrative della scorsa primavera; nel parlamento croato i serbi hanno tre deputati, nel governo una decina di sottosegretari di stato. Ma la presenza in quella che fu la Krajina di parecchie decine di migliaia di “croatissimi” bosniaci con i quali Tudjman tentò di colonizzare la regione, riuscendoci in parte, e di quei “superpatrioti” che già durante la guerra arraffarono tutto quel che poterono arraffare e tuttora restano radicati nelle case tolte ai serbi, insieme alle provocazioni non solo politiche dei neoustascia che scorrazzano dappertutto, rende l’atmosfera pesante, la vita difficile, la convivenza fra le etnie diverse quasi impossibile. Come se non bastasse, manca il lavoro.

Ma perché dire queste cose oggi, a dieci anni dalla “vittoriosa conclusione dell’Operazione Tempesta”, mentre ancora riecheggiano gli echi della festa nazionale croata, durante la quale l’”antica capitale dei re croati”, Knin, ha ospitato i massimi esponenti della Croazia per le celebrazioni? C’erano tutti a Knin, eccetto il generale Ante Gotovina, già comandante del settore sud di quell’operazione — un generale da quattro anni in fuga, ricercato per crimini di guerra dal Tribunale internazionale dell’Aja. C’erano anche gli altri generali suoi amici e c’erano coloro che presero parte ai massacri, ai saccheggi e distruzioni durante e dopo la “Tempesta”. A Knin le celebrazioni sono state due, parallele: da una parte il capo dello stato Stipe Mesic e il premier Ivo Sanader con tutte le autorità, uniti nei discorsi, sulla tribuna davanti alla quale sono sfilati i reparti dell’esercito e in altre cerimonie; dall’altra una ventina di generali “superpatrioti” cacciati da Mesic dall’esercito per indegnità, che — insieme ad alcune centinaia di neoustascia e altri fascisti — hanno progettato ed attuato provocazioni, sfilate, cerimonie religiose. Sull’intera Croazia splendeva il sole ma su Knin e sul tratto della Dalmazia dominato dalla catena del Velebit, dalla quale una parte dell’esercito croato si precipitò sulla Krajina dieci anni fa, infuriava una vera tempesta, con bora che soffiava a duecento all’ora. Il terribile vento ha anche stracciato l’enorme bandiera lunga venticinque metri che fu piantata da Tudjman sulla fortezza turco-veneziana di Tenin/Knin il 7 agosto del ’95, quando il defunto “Supremo” esclamò: “Finalmente il tumore serbo è stato strappato dalla carne croata!”. Alludeva alla finalità, raggiunta, della “Tempesta”: la pulizia etnica.

Nel suo discorso, il capo dello stato Mesic ha avuto il coraggio — affrontando bordate di fischi e di insulti, tra cui il solito “Zingaro, zingaro”, a lui rivolte da alcune centinaia di superpatrioti allo stadio — di condannare i crimini compiuti durante e dopo la “Tempesta”. Ha additato alla Croazia “la strada da percorrere in futuro: quella della tolleranza, della convivenza nel pluralismo, senza più odi”. I neoustascia hanno scandito, interrompendolo: “Ante, Ante!”. Hanno voluto esaltare due “eroi”: Ante Pavelic, il “duce” che nel 1941-1945 terrorizzò la Croazia alla cui testa era stato posto da Mussolini e Hitler, facendo trucidare centinaia di migliaia di serbi, zingari ed ebrei, ed Ante Gotovina, l’”eroe” fuggiasco la cui immagine è stata riprodotta su centinaia di magliette e su grandi fotografie che i suoi sostenitori neri andavano offrendo provocatoriamente per le strade di Knin, cantando inni fascisti e sventolando stendardi nero-teschiati. Una gigantografia di Gotovina è stata piantata e cementata sulla pietraia carsica. I promotori delle provocazioni, i generali a riposo, hanno dato un nome alle loro contro-celebrazioni: “Insorgiamo per la Croazia”, un invito alla rivolta contro lo stato democratico. Uno dei pochi serbi che si sono arrischiati a sporgere il naso fuori della porta di casa, una donna, ha voluto stringere la mano al presidente Mesic dicendogli semplicemente: “Stipe, sole mio!”.

Slogan ustascia nell’osteria

In osteria riconosco un gruppo di uomini che urlano slogan ustascia esibendo magliette con l’effige dell’”eroe” Gotovina. Li riconosco, avendone vista la fotografia sui giornali più volte alcuni anni addietro; furono processati e condannati per strage di civili nell’ex Krajina. Le pene furono basse, poi intervennero amnistie ed eccoli di nuovo liberi a ubriacarsi. Ecco dall’osteria subito dopo averli riconosciuti, son gente pericolosa, mi dico. Fuori, sulla strada, mi ferma un istriano di Pola che mi chiama per nome e cognome. E’ stato combattente dell’esercito croato con una brigata istriana nel ’95; insieme a croati e italiani di Pola, Dignano, Gallesano, Albona, fu impegnato dapprima nella “liberazione” della Krajina e poi nei rastrellamenti. Il conoscente polese mi racconta un aneddoto mai prima d’ora sentito.

La sua ed altre brigate addette a rastrellare i boschi e i monti avevano l’ordine di non fare prigionieri, dice. Un giorno, durante il rancio, gli istriani intonarono un canto popolare istro-veneto, “La mula de Parenzo”, seguita dalla nostalgica canzone “Varda la luna, come che la cammina, la passa i monti, il mare e la marina”. Nel bel mezzo, il canto venne interrotto dall’apparizione sulla scena di una ventina di soldati nell’uniforme della Krajina con i fucili e mitra a tracolla e le braccia alzate. Si arrendevano. A quel punto, con un secco comando in lingua croata, il comandante del reparto istriano, istriano pure lui, ordinò ai suoi uomini di raccogliere le armi offerte dal nemico. Solo allora, ascoltando quell’ordine nella comune lingua croato-serba, i serbi compresero di essersi arresi all’esercito di Tudjman. La loro morte, pensarono, era sicura. Spiegarono, dopo, di essere stati tratti in inganno dalle canzoni. Una lingua straniera, dunque erano soldati dell’Uncro, soldati dell’Onu… Il comandante del reparto, nel consegnarli al più alto comando, consegnò pure la lista di nomi e cognomi dei prigionieri, dicendo: “Verremo a trovarli, e vogliamo trovarli tutti vivi!”. Forse lo sono ancora, gli unici sopravvissuti fra i prigionieri fatti nella “Tempesta”.

Il battaglione Garibaldi

Voglio raccontare anche un altro aneddoto, più breve. I serbi della Krajina si vantavano dicendo che nel loro esercito operasse un battaglione di volontari italiani, il “Garibaldi”. Si seppe, a guerra finita, che un battaglione con quel nome c’era stato, ma di italiani in esso ce n’era uno solo: un cittadino di Zara, esattamente di Borgo Erizzo, discendente da albanesi. Non ricordo più il suo nome, ma sua moglie fu coinvolta in uno dei massacri di cui furono vittime i civili in fuga dalla Krajina.

La incontrai la prima e ultima volta l’8 agosto in una sacca di pochi chilometri quadrati nei boschi fra Topusko e Glina. A proteggere il ritiro dei profughi c’era anche il “Trattorista” come Tudjman perfidamente soprannominò l’ambasciatore americano Peter W.Galbraith, insieme a diversi giornalisti, anche stranieri. Avevamo attraversato Ogulin, Josipdol, Vojnic, Plaski, Licko Jesenice e Saborsko: tutto un deserto. Fra Topusko e Dvorna Uni decine di migliaia di civili erano imbottigliati. Di tanto in tanto arrivava qualche cannonata da lontano. I profughi stavano lì da quarantotto ore, erano forse cinquantamila, ammassati sul confine tra la Bosnia e la Serbia. Dai campi attraversati dalla strada che porta al confine i contadini serbo-bosniaci correvano per offrire cibo ed acqua ai profughi oppressi dal caldo e dalla sete.

Il 9 agosto finalmente il governo croato concede che i profughi escano dalla sacca e raggiungano la Serbia muovendo da Topusko, Petninja e Dvor. E’ una colonna infinita di trattori, carri agricoli che passano accanto ad altri trattori e carri capovolti e bruciati abbandonati da chi li ha preceduti. Si vedono abbandonati anche coperte, letti, frigoriferi ed altri oggetti, perfino documenti personali. Nei pressi di Dvor, un casco blu danese è testimone di un episodio di inutile crudeltà, uno dei tanti: cinque anziani serbi, handicappati, vengono fatti uscire dalla colonna, trascinati in un edificio e trucidati a sangue freddo. Uno dei cinque viene freddato e resta sulla sedia a rotelle. Nei pressi di Sisak, alla presenza di soldati e poliziotti croati, alcune monache ortodosse vengono fatte scendere, massacrate, uccise a bastonate e calci sferrati da civili con odio bestiale. Qui scomparve anche la moglie, serba, di quell’unico “garibaldino” italiano.

I quattro giorni della Tempesta

L’operazione ebbe inizio venerdì 4 agosto 1995 all’alba. Le truppe croate mosse da Zagabria, Karlovac, Gospic, Spalato e da altri trenta punti, occupano quel giorno 720 kmq di territorio incontrando scarse resistenze. Mentre le artiglierie e i carri armati sputano sui serbi tonnellate di proiettili e granate e dal cielo li martellano gli aerei della Nato, decollati dalla portaerei “Roosevelt” di stanza nell’Adriatico, radio Zagabria diffonde un ipocrita messaggio di Tudjman, il “Supremo” croato, che invita le popolazioni serbe a restare nelle loro case e a non aver paura. Coloro che accolgono l’invito finiscono di lì a poco trucidati. Sabato 5 agosto, alle 10, i soldati croati entrano a Knin, già capitale della “Repubblica serba di Krajina”. La città è stata cannoneggiata oltre ogni limite di opportunità militare, per 24 ore di seguito. Nello stesso giorno le truppe di “liberazione” entrano nelle deserte cittadine di Drnis, Vrlika, Kijevo, Benkovac, raggiungono e in certi punti superano il confine bosniaco. Domenica 6 agosto, i soldati e le milizie di Tudjman entrano anche a Petrinja, Kostajnica, Vrgin Most (ribattezzata Gvozd), Glina, Korenica, Slunj, Plitvice, Cetingrad, Vrhovine ed altre località. Nel pomeriggio Tudjman arriva in elicottero a Knin per issare in cima alla fortezza un interminabile tricolore con la scacchiera. Alle ore 17 Radio Zagabria annuncia che “la cosiddetta Krajina non esiste più”. Il 7 agosto, lunedì, le forze croate entrano a Dvor na Uni, a Topusko, Donji Lapc, Srb, Vojnic e in altri centri… disabitati. La sera dell’8 agosto il ministro della difesa Gojko Susak, un ustascia erzegovese importato dal Canada, l’uomo che ha introdotto nell’esercito croato il saluto hitleriano, dichiara conclusa l’Operazione Tempesta.

 

Noi non andiamo già avanti perché abbiamo ministri e impiegati; ma andiamo avanti malgrado i ministri e gli impiegati.

Giuseppe Prezzolini, 1904

 
Percorsi

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Sviluppo della coscienza attraverso il corpo

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Dobbiamo svuotare le gabbie, non renderle più grandi!

LAV Pordenone

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LAV, Sede territoriale di Pordenone