Gasp!
Ti piace il carrellino giallo?
gen 24
Ochei, siamo stati all’Ikea, ed abbiamo speso un sacco di soldi. Nell’unità di misura EpP, Euro per Pizza, più o meno sedici virgola sei periodico pizze. Abbiamo comprato tovaglie, ciotole, appendiabiti, scatole, tante scatole, per metterci dentro altra merce. E poi specchi, per specchiare l’immagine che la merce fa di noi, un centro tavola molto carino.
Tutti sappiamo cosa è l’Ikea. Tutti ci siamo stati, ma faccio un breve riassunto per Gennaro. L’Ikea è un negozio enorme di arredamento (e molto altro). Diviso in due: al piano superiore la merce è esposta nel suo contesto di utilizzo. Simulazione di piccoli appartamenti tutti in stile, stanze funzionali, facili da pulire, facili da rompere, facili da montare (un po’ meno), facili da organizzare, facili da cambiare, facili da buttare. Facili.
Al piano superiore la mente elabora i propri desideri. La merce esposta è di un concetto “superiore”. Nordico. A volte geniale. In nordlandia la gente ci tiene ad essere meno stupida degli italiani. Per cui ci sono lavanderie condominiali, ad esempio. Gli appartamenti son più piccoli, accoglienti e caldi. Noi invece dobbiamo avere il nostro regno a tutti i costi, e non sappiamo condividere nulla, nemmeno un parcheggio.
Bene. Dopo aver fatto la propria scelta… solitamente si è troppo stanchi. Per cui si mangia. Polpettine surgelate, di solito. Si mangia. Si aspettano dieci minuti, in modo che i desideri attecchiscano definitivamente. Al piano di sotto c’è la stessa merce, ma disposta tipo magazzino, tipo Ovvio… Ed una volta scesi si è mansueti. Se al piano di sopra volevo le scatole colorate, allora le voglio anche adesso, al piano di sotto.
Che altro c’è da dire? I colori. I colori son belli, le forme, le fantasie, i pattern… tutto molto moderno, molto web, molto funzionale. Eppoi ti senti sovrastato da questa struttura nordica. Loro son effettivamente meglio di noi. Son biondi, hanno gli occhi azzurri e fanno i mobili in legno. Noi siamo marroni, con gli occhi marroni e facciamo i mobili marroni. Non so se mi spiego… forse no.
Il fatto è che non puoi andare all’Ikea senza starci dalle sei alle mille ore. È un percorso obbligato. Se non vedi tutto non puoi uscire, ti senti in colpa. Se non hai comprato almeno 15 oggetti nordici ti senti solo un italiano. Vorresti aderire al 100% allo standard Europeo di consumatore quasi intelligente. Vuoi essere europeo, sì. Prodi, tipo.
In realtà sei schiavo come e più di prima. Dentro all’Ikea non esisti più tu, esistono i tuoi occhi che guardano milioni di oggetti e vengono guidati a scegliere questo o quello. All’Ikea si litiga, ci si perde, tutte le energie son perse in questa specie di Odissea interminabile. Non esiste nessun’altro, non ci si accorge che attorno a te ci sono persone, e non morti viventi ossessionati dal catalogo Ikea.
Vabbè. Alla fine ho fatto una grande figura di merda con la security. Pare che dentro all’Ikea non si possano fare foto. Il tuo cervello è inzuppato di cagate, ma la tua macchina fotografica, che di sicuro ne soffrirebbe molto meno, non può concedersi uno scatto. Insomma, stavo fotografando il cartello “Ti piace il carrellino giallo? Comprane uno blù”. Mi piaceva l’idea. Mi porto l’Ikea a casa, perché ho nostalgia del carrellino. Tuttavia… è ovvio che se a me piace il carrellino giallo, lo voglio giallo, no? Quello blu non mi piace. Bene, l’idea era questa. Facevo le foto, quando mi si avvicina Benito Mussolini.
BM: mi dispiace, ma non si possono fare foto, deve cancellarla
Gasp!: oh!
BM: mi guarda, troppo vicino
Gasp!: volevo fotografare il cartello. Per il fatto che se mi piace il carrello giallo lo vorrei giallo, non blù
BM: mi guarda, mentre cancello una foto a caso il carrello giallo si usa dentro il supermercato, quello blù, fuori
Gasp!: voglio dire, se a me piace il carrellino giallo… blù… naturalmente scherzavo. L’ho cancellata, comunque…
BM: esce di scena
Mi son sentito un pazzo. Dentro di me qualcuno ha detto: ma che cazzo stai a spiegare queste cose a Mussolini? Be’, non lo sapevo perché gli stavo spiegando le mie ragioni. Ad un certo punto vuoi provare di non essere solo uno sciroccato, ma tanto meno un passivo servitore della merce. Ma poi Mussolini se n’è andato. Quando siamo usciti stava dando le consegne al suo successore.
Che dire… la merce può assalirti quando vuole, ma tu non puoi fotografarla. Non vi sentite impotenti?
Altro che guida Michelin
gen 16
È importante dare continuità al blog. Nel senso di continuare a scrivere, cosa che non faccio. Ma anche di creare degli appuntamenti più o meno fissi. In realtà sono solo le circostanze a propormi questa continuità. Presto quindi ci sarà una nuova puntata dei tutorial che non funzionano, visto che sto ricompilando linux e so già che non funzionerà nulla.
Quello che scrivo oggi, invece, ripropone quel viaggio tra i gusti della nostra regione che era iniziato con la pizza alla plastica.
La pantegana in osteria
Ho scelto un titolo evocativo, ma in effetti è proprio quello che è successo.
Eravamo quattro amici. Sì, al bar, sì. Eravamo in una località della nostra amatissima regione. Non dirò il nome della località e tenterò di sviare le intenzioni indagatrici dei più arguti. Si tratta di una località famosa per le sue peculiarità, nata a ridosso delle rive di un corso d’acqua il quale, a lungo andare, finisce nel mmmmare. Il punto più alto della località in questione è proprio sopra la punta del campanile, il punto più basso non c’era scritto nel sussidiario. Importanti piantagioni di carote e miniere di sassi hanno fatto di xxxxxxx un fondamentale centro industriale del triveneto.
Basta così. Lì dentro, in quella località, c’è un’osteria. Dentro all’osteria ci siamo noi. Noi siamo Raffaella, Massimiliano, Gennaro, Francesca e Andrea. Io e Massimiliano diamo le spalle alla vetrata, Francesca, Gennaro e Raffaella danno le spalle al resto del bel locale situato nella località famosa per le sue peculiarità.
QUANDO AD UN TRATTO (IL RATTO!), all’improvviso, nel bel mentre che si parlava del più e del meno con un pescatore per ore&ore… la pantegana esce da un buco bucone nella parete, fa qualche metro sopra una trave e, accortasi che fosse orario di apertura del locale, se ne torna con un guizzo da dove era uscita.
La pantegana. Pelo bruno, né chiaro, né scuro. Venti centimetri di coda dietro a venti centimetri di corpo. Movenze sinuose, il fare da diva del cinema muto. Sa di essere al centro dell’attenzione. Sa di valere. Sa di poter osare: domina la scena con il suo fare sinuoso. Eppure vedi che è una bestia che dovrebbe stare in altri posti: al circo, allo zoo, in un negozio di animali. Non in osteria-bella.
Il resto della scena. Come va avanti la storia? Per venti secondi son convinto di aver veramente visto un animale da compagnia. La dissonanza cognitiva è tale che il mio cervello (e anche quello di Massimiliano, che l’ha comprato su eBay come me, pare) collega animale + osteria = AMICI! Quindi: il gestore del locale tiene volutamente un roditore così… roditore, proprio per far colpo sulla gente. Se ne vanta con gli altri gestori (così retrogradi da avere, chessò, solo un misero merlo indiano), nutre la pantegana con cibo biologico equo-solidale, la tiene allenata con giochi di agility rat, ecc.
Per cui, incredibilmente, alzo la voce e dico alla cameriera: Hey! Abbiamo visto il vostro animale!
Non so esattamente cosa lei abbia pensato. Una battuta scurrile? Un’allusione erotica? Una metafora situazionista? Boo! So solo che abbiamo faticato un po’ a farle capire che non scherzavamo. Quando ho visto la sua reazione il mio cervello ha finalmente registrato che non era proprio previsto che miss topona facesse il suo numero per movimentare la serata di annoiati avventori.
La cameriera è subito andata a parlarne col gestore, nel retrobottega, il quale non s’è nemmeno degnato di uscire dal suo buco. Per quanto… sono abbastanza convinto che in realtà il gestore fosse in qualche modo uscito… non so se mi spiego… è notte, un brutto incantesimo, una fata che per punire un gestore che guarda il culo della cameriera lo trasforma ogni sera in… pantegana… la butto lì, eh.
E poi siamo andati avanti a cercare se ci fossero tracce del passaggio del curioso animale. E… sì, ce n’erano. Il consiglio di oggi è: diffidate delle osterie che per davanti sembrano belle, e per di dietro no!
Per quanto… a ripensarci…
In realtà voglio spezzare un’arancia non tanto per la pantagana in quanto pantegana, ma per la pantegana in quanto generatrice di esperienze anti-spettacolari.
Nella Società dello Spettacolo il vero è un momento del falso, diceva qualcuno negli anni sessanta: e allora vedi che la realtà (introdotta dal simbolo divino della sconcezza della natura, il ratto) rovina la falsità della nostra esperienza sociale di consumatori tucùr: cinque persone che più o meno consapevolmente (anzi, molto consapevolmente, a dire il vero, perché siamo una elité) assistono allo spettacolo della merce: il vero finto chinotto con l’etichetta finto vecchia, l’osteria finto vecchia rimessa a nuovo per finta ma realmente, il vino ottimo che è solo l’immagine del vino ottimo.
Non scherzo, eh, lo penso veramente. Il centro della località “famosa per le sue peculiarità” è rimesso a nuovo per finta, una specie di bomboniera. Ma, in fondo, tutto ricorda l’outlet di Palmanova. Un bel finto vecchio per finte esperienze con persone reali. Ecco allora che arriva lei la dea della realtà rancida, a ricordarci che al piano di sopra è tutto abbandonato, che il palazzo è realmente vecchio, che i muri hanno realmente i buchi. Lei se ne frega delle nostre amate norme igeniche, se ne frega dell’orario di chiusura del locale, se ne frega di pagare il conto quando ruba la frutta di notte.
Quindi… grazie, grazie, divina pantegana. Ci hai riportati alla realtà per quel breve istante di vera poesia. A presto! Anzi, a mai più, perché avranno di sicuro chiamato i ghost buster in persona… mi immagino la scena, povera bestia.
E tu, gestore, ammesso che tu esista e che tu non sia il ratto: la prossima volta esci almeno dal tuo retrobottega e scusati, per Giove! Un po’ di decenza! Vuoi fare il finto tutto? Allora cura meglio i particolari, altrimenti lasci dei residui di realtà che finiscono per rovinarci lo Spettacolo!
Al dio della Pizza
dic 31
Alla fine non ho detto nulla, ai gestori del locale. Ma almeno scrivo qualcosa qui, ché almeno se uno cerca Pizzeria Antico Cervo Pordenone, esca questa cosa.
Be’, l’altro ieri ho trovato un pezzo di formaggio carbonizzato nella pizza. All’Antico Cervo, appunto. Solo che non era formaggio… era plastica. L’aroma di pvc bruciato s’è sparso in bocca e non mi ha lasciato fino al giorno dopo.
Bello schifo. Caro gestore dell’Antico Cervo, perché metti la plastica nella pizza? I tuoi pizzaioli son cinesi, la pizza faceva schifo veramente, ma almeno non avvelenarci!
Ma in fondo non me ne frega nulla di aiutare il gestore dell’Antico Cervo a migliorare la sua pizza.
Faccio un appello accorato a tutti: non andate mai più a mangiare la pizza all’Antico Cervo!!!
Alfano e l’ammazza processi
nov 14
Noi, eeeh, abbiamo presentato, eeh, una legge che ci è sempre sembrata equilibrata, eeeh, e giusta nella sua radice di fondo, eeeh, ed è stata, eeh, dichiarata incostituzionale dalla corte, eeeh costituzionale. Eeeh, chi dovesse, eeeh ritenere giusta quella norma può avere la possibilità ee di ripresentarla in forma costituzionale.
Angelino Alfano, 13 novembre 2009, sulla proposta di legge ammazza processi
Chi volesse una spiegazione dettagliata su cosa sia questa spudorata legge che ci stanno facendo passare come legge per abbreviare i tempi della giustizia, vada sul sito voglioscendere.ilcannocchiale.it e si legga l’articolo Piano B: non finire in carcere di Marco Travaglio.
Angelino Alfano



