Il morbo di Graves/Basedow – a mo’ di premessa

l morbo di Graves/Basedow è una malattia autoimmune che porta – come tutte le malattie autoimmuni – ad un attacco da parte del sistema immunitario ad uno degli organi del corpo, in questo caso la tiroide. La tiroide è una ghiandola posta alla base del collo, ha una forma ad “U” e regola, attraverso gli ormoni che secerne, il metabolismo del corpo.

Un esempio illustre

Un esempio illustre

L’attacco immunitario del morbo di Basedow, porta la tiroide, a seconda dei casi, a produrre una quantità minore (caso ipo-tiroidismo) o maggiore (caso iper-tiroidismo) di ormone richiesto. La conseguenza è quindi un rallentamento o una accelerazione di tutte le funzioni metaboliche del corpo. Concentrandoci sulla forma iper-tiroidea del morbo – il mio caso, il morbo porta ad un aumento costante della frequenza cardiaca, un aumento del metabolismo digestivo, un lieve aumento della temperatura corporea, insonnia (dovuta alla tachicardia), forte instabilità emotiva, perdita di peso corporeo, aumento dell’appetito, depressione, tremori diffusi su tutto il corpo, mancanza di equilibrio ed un caratteristico disturbo agli occhi che presentano un caratteristico esoftalmo, ovvero una specie di estroflessione dei globi oculari, più o meno accentuato, con forme anche pesanti di strabismo e disallineamento.

Poiché le cause delle malattie autoimmuni non sono ancora accertate, si tenta di combatterne gli effetti. Così nel caso del morbo di Basedow, si tenta di attenuare con i farmaci l’attività accentuata della tiroide nella speranza che la malattia cessi così come è iniziata. Spesso accade che la malattia torni dopo qualche anno. In sostanza quasi nella metà dei casi il decorso della malattia porta alla tiroidectomia totale o quasi totale. Dopo l’asportazione è necessaria l’assunzione per tutto il corso della vita dell’ormone che la tiroide produceva.

La malattia

In verità non si conosce il meccanismo che innesca una malattia autoimmune, ma vi sono alcuni elementi comuni a tutte le forme. La malattia autoimmune è una ribellione del sistema immunitario verso il corpo, cosa che accade anche nelle allergie, ed ha quindi a che fare con un malfunzionamento del sistema immunitario, un indebolimento che spesso è dovuto ad una debolezza fisica o psichica. È forse fin troppo facile dire che traumi psichici possono portare all’avvento di una malattia autoimmune (cosa che può essere anche associata al mio caso), ma è stata accertata anche una certa ereditarietà. È stata fatta un’ipotesi interessante sull’indebolimento del sistema immunitario che prende in considerazione l’abuso di farmaci che tengono bassa la temperatura corporea durante la comune influenza, cosa che non permette una depurazione del corpo, che è in fondo il compito della febbre. Nel mio caso specifico, ben raramente ho fatto uso di tachipirina e/o aspirina.

Nel tardo marzo del 2002 ho iniziato ad accusare i primi sintomi del morbo, soprattutto la tachicardia, l’instabilità emotiva, i tremori. Non diedi loro importanza poiché pensavo semplicemente ad una stanchezza, un lieve esaurimento nervoso dovuto al lavoro. Andai la prima volta dal medico di famiglia prima delle ferie, e ci accordammo di aggiornarci subito dopo il rientro dal mare per accertare le mie condizioni. Purtroppo l’ambiente marino, ricco di Iodio, stimolatore della tiroide, ha peggiorato la mia situazione al punto che mangiavo il doppio di quello che ho sempre mangiato e mi muovevo freneticamente dimagrendo sempre di più. Ho passato momenti di pura disperazione non capendo il perché di questo assurdo mutamento, mentre gli amici si compiacevano del fatto che mangiassi così tanto e con tale appetito.

Tornato dalle ferie feci gli esami ormonali, proprio per escludere problemi alla tiroide, per scoprire che i livelli avevano raggiunto cinque volte il massimo previsto. Corsi da un endocrinologo a gambe levate.

La cura

Amaro, assai.

Amaro, assai.

La cura a base di Tapazole® è durata dal Settembre del 2002 al Maggio del 2006, con dosi di farmaco che da dodici compresse al giorno, andarono via via decrescendo. La dose non giunse mai ad azzerarsi. Si stabilizzò, anzi, a due compresse al giorno. Una dose non proprio trascurabile.

Mentre i livelli ormonali si normalizzavano e gli effetti della malattia pian piano diventavano trascurabili, ogni qualche mese continuavo a fare le analisi del sangue per ristabilire la dose corretta di farmaco. La mia vita era comunque tornata alla normalità, anche se col passare dei mesi e degli anni stavo gradualmente perdendo la speranza in una guarigione. Come in tutte le malattie di lungo corso, si instaura sempre nell’inconscio l’idea della punizione divina, a tal punto che, quando l’endocrinologo mi mise davanti agli occhi la soluzione finale (la tiroidectomia), andai in crisi. Con il senno di poi, avrei dovuto decidermi molto prima, ma una volta all’anno tentavo (inutilmente) di fare a meno del Tapazole®, con l’effetto di far ricomparire i sintomi dopo due settimane.

Il Tapazole® a lungo andare tende ad affaticare il fegato, e la mia digestione (che non è mai stata tra le migliori) cominciava ad subirne le conseguenze.

La decisione, i preparativi

Poco prima della visita endocrinologica dell’aprile 2006 avevo già preso la decisione di procedere con l’operazione. Alla domanda fatidica del medico: Allora, cosa si fa? risposi senza aspettare: Operiamo. Come se avessi dovuto farlo io…

Come tutte le persone lievemente emotive, la decisione non derivò da un calcolo, da una notte insonne, ma da un repentino motto dell’anima, in sostanza mi ero stancato di pensarci.

Da quel momento in poi, quasi avessi paura di cambiare idea, procedetti freneticamente per non perdere nemmeno un secondo ed anticipare il più possibile la data dell’operazione. Ci riuscii. Andai dopo qualche giorno dal mio medico di famiglia e feci una inutile ricetta per una visita privata dal chirurgo. Ottenni udienza dopo tre giorni. L’inizio di aprile mi vedeva bussare alla porta del primario della Seconda Chirurgia il quale accertò in un battibaleno le mie condizioni fisiche. La data dell’intervento venne fissata all’undici maggio.

18 Aprile

Il tempo passa in fretta, partono i preparativi per l’operazione. Arrivo alla serie di esami di preparazione teso ma concentrato, determinato a non fare cazzate. Mi viene consegnata la lista degli esami da compiere. Nell’ordine:

  • esami del sangue, direttamente in reparto, che mi hanno lasciato un ricordo sul braccio a forma di cerotto, durato un paio di settimane
  • elettrocardiogramma, per il quale attendo mezze ore con la speranza di non doverlo eseguire nuovamente. In sala d’attesa incontro la mia insegnante di Yoga intenta a farsi notare il meno possibile dagli altri pazienti, vista l’iperattività dell’anziana madre. Un altro personaggio curioso, forse un pittore, armeggia indaffarato con il cellulare cercando di vendere un quadro ad un pusher, presumo. Parlava dell’intervento che avrebbe dovuto fare come ad un fastidio passeggero. Sarà mio compagno di stanza di lì a breve.
  • raggi al torace, rapidissimi. Nella sala d’attesa incontro sei operai della stessa officina, due dei quali di colore, che attendono di fare i raggi al torace. I due ragazzi africani sono piuttosto emozionati, e non fanno altro che far domande sul rientro in officina, orari, assenze e quant’altro.
  • ed una visita dall’otorinolaringoiatra che, tenuto conto dei convenevoli, è durata assai meno di un minuto: si doveva accertare la motilità delle corde vocali. Arrivo, mi siedo, ci si saluta, commenti minimi riguarda la mia età, mi siedo sul lettino, l’infermiera da fuoco con un fiammifero ad un fornelletto del ’45, il dottore scotta lo specchietto, guarda dentro la mia bocca, mi fa dire Aaaaa (mi è uscito un brontolio gruooo) e così si verifica che le mie corde vocali si muovono.

Vedrò l’esito di parte degli esami durante la successiva tappa, la visita con l’anestesista.

Carl von Basedow

Carl von Basedow

8 Maggio

La visita con l’anestesista mi era stata preannunciata come una chiacchierata, cosa che poi si rivela veritiera. La sala d’attesa è gremita di donne incinte, arci-stufe di aspettare. Una ragazza di colore si appisola, addirittura. L’anestesista dal nome orientale mi conforta assai, dicendomi di aver sofferto della mia stessa malattia e di essere guarito, ma di aspettarsi in ogni caso un ritorno di fiamma. Mal comune, mezzo gaudio.

Mi viene consegnata la cartella con gli esiti degli esami. Corro a vedere l’esito dei raggi al torace, che son buoni. Dell’elettroencefalogramma non capisco nulla. Vedo anche il laconico responso dell’otorino. Qualcosa che suonava come: Il paziente emette suoni, non si specifica da quale pertugio… Porto la cartella in reparto e mi viene comunicata la data di ricovero, un giorno prima di quanto mi aspettassi: il 10 Maggio. Da questo momento fino al ricovero, il mio cervello è nel limbo del nulla, il giorno lavorativo che mi separa dalla data x passa lento e poco produttivo. Ho una immagine costante in testa, ma un’immagine dolce: gli occhi aperti del paziente in sala operatoria che si chiudono ed, un secondo dopo, si riaprono sotto le ali di una tranquilla cicogna. A me è piaciuta.

Due giorni prima dell’operazione Francesca – che gli Dei la benedicano – mi prepara la borsa facendo di tutto perché assomigli in tutto e per tutto alla borsa che avevamo preparato per il campeggio. Il trucco ha funzionato solo parzialmente: una volta che il mio cervello ha riconosciuto la differenza tra l’entrata del Santa Maria Degli Angeli e la colorata reception del croato campeggio Solaris, ogni dubbio svanisce: non sono in campeggio. Anche l’abbigliamento severo dei presenti non gioca a favore.

L’operazione

Sala operatoria

Sala operatoria

10 Maggio

Vengo ricoverato alle due e mezza del pomeriggio. Avevo passato la mattinata a far qualche modifica al sito, qualche ora più tardi mi ritrovo con la borsa fatta ad attendere che mi venisse preparato il letto. Arrivo in una stanza dove sono l’unico presente, leggo un po’, impigiamato, attendo il da farsi. Di lì a poco arrivano direttamente dalla sala operatoria due nonnetti entrambi reduci da interventi alle vene in anestesia locale. Erano il sopraccitato Pittore ed il sig. Luigino, un timido anziano (oddio, neanche tanto anziano) che passerà le sue giornate in fleboclisi, poverino, ed attaccato alle mammelle di un giornalino di enigmistica intitolato puzzle che è tutto un programma. Parliamo pochissimo. Il Pittore si lamenta dieci volte di essere stato cinque ore in sala operatoria con l’aria condizionata sul volto ed ora ha dolori all’orecchio e mal di gola. In realtà il dolore alla gola era provocato dall’intubazione, il dolore all’orecchio probabilmente dalla vicinanza alla zona operata. Ma si sa che quello che si dice dopo l’operazione non fa proprio testo.

Poche persone vengono a trovare i miei due coinquilini. Il Pittore viene inghiottito da un altro reparto e viene sostituito da un invisibile paziente di cui si intuisce l’esistenza dalla presenza di un letto vuoto. Chissà se il presunto sostituto è uscito dalla rianimazione? Glie lo auguro! Il signor Luigino riceve un paio di visite da una minuscola moglie che avrebbe dovuto, nei giorni successivi, aiutarlo a riprendere a camminare. Non s’è più vista, e Luigino, timidamente, ha cominciato a camminare da solo sorretto dalle sbrigative (e sante donne) infermiere che avevano 10.000 altre cose da fare. Che tenerezza vederlo riacquistare un po’ di indipendenza! Mi mancherà.

Mi sento tranquillo e dormo bene nonostante le zanzare. Strano che vi siano zanzare in un reparto di chirurgia, in Maggio. L’ipotesi più accreditata è che questo reparto sia stato scelto come ricovero invernale da parte del czp. Le zanzare in questione vivono in un ambiente parallelo dalla gravità polarmente invertita, ma che durante la notte tende a coincidere con quello umano. Dormire diventa arduo, specie se il giorno dopo si deve affrontare l’ignoto.

Mi accerto dell’orario dell’operazione: otto, per primo. Meglio così!

11 Maggio

Mi sveglio alle cinque e mezzo già con gli i neuroni a mille, faccio la barba e la doccia fredda (non per scelta o necessità, c’era solo l’acqua fredda) e attendo l’inizio della fine. Alle sette e mezzo mi viene a prendere una solerte infermiera (ringrazio in questa sede tutte le infermiere, son tutte da santificare) che nel breve tragitto per la sala operatoria chiacchiera con le comari (di un paesino) per un totale di minuti 15 su argomenti quali l’AcquaGym®, la pelle a BucciaDArancia® (la Gianna non ne ha certo bisogno!) ed altri. In ascensore precisa che la prima cosa che dicono loro è di non chiacchierare inutilmente. Ma tant’è. Io giaccio in mutande pieno di freddo, pregustando l’ambiente confortevole e caloroso – in inglese si direbbe user-friendly della sala operatoria.

L’anticamera dell’inferno è un bugigattolo che pare un magazzino pieno seggiolini e arnesi da macellazione, la cambusa di una baleniera. Al terzo tentativo mi viene trovata una vena che non scappi spaurita tra i muscoli alla vista dell’ago. Cerco di stare più buono possibile. Presumo di esser sembrato un vitello impaurito.

Mi vengono messe pappucce verdi in tinta con il resto ed una cuffia verdina un po’ sciatta se usata in serate mondane. L’iniezione vien fatta fuori dalla sala operatoria, dove vengo trasferito con un gioco di carrucole e piani inclinati. Le infermiere si arrabattano sul mio braccio destro per nascondere ciò che veniva introdotto nel mio braccio sinistro. Forse la seconda parte dell’anestesia. Ti sentirai un po’ strano, mi viene detto. E chi non si sentirebbe strano in una camera di tortura verde e acciaio con una lampada-ufo sopra la testa, sei persone indaffarate come i meccanici della McLaren nei box e tanto, tanto freddo? Faccio presente di aver freddo. Detto, fatto. Vengo coperto con un modello lunare dello scaldotto De Longhi®, un foglio recuperato dalla recente pasqua, double-face, argento e oro. Provo a fare qualche battuta, ma penso che in questo esatto momento, o pochi secondi dopo, sulla shell dei comandi del mio cervello sia stato dato l’input

[root@linux]$
Segmentation fault (core dumped)
[root@linux]$ shutdown -h now
Power down

Dopo il reboot, durato non si sa quanto, forse un’ora o più, vedo sopra di me le ali della cicogna… no… Vedo sopra di me un non-so-che, sento solo un gran mal di schiena ed entro in panico (anzi, terrore!) perché vorrei alzare le gambe ma sono ancora legato al letto di tortura. Dopo poco vengo slegato e percorro in senso inverso quell’interessante gioco di carrucole che mi portano sul mio letto d’ospedale. Mi addormento e mi risveglio in stati meno pietosi, nella mia amata camera.

Son sorvegliato a vista da un infinità di parenti che si avvicendano di ora in ora, non sono mai solo. Pisolo ad intervalli. Sento solo un po’ di dolore dove qualche ora prima c’era la tiroide. Per due giorni mi vengono iniettati antidolorifici e soluzione fisiologica. Non diedi importanza all’antidolorifico fino al momento in cui me lo tolsero. Qualche ora dopo mi accorsi che faceva il suo bell’effetto.

Nonostante l’anestesia totale, già verso le quattro di pomeriggio mi siedo sul letto e provo ad usare il pappagallo, all’uopo preposto. Il mio inconscio si rifiuta di riempire di pipì un pappagallo! Decido di andare, sorretto dall’infermiera, direttamente in bagno. Non ho problemi di nausea, capogiri, nulla di nulla. Un grazie all’anestesista.

La notte dormo poco, assistito fino a mezzanotte da mio padre e poi da solo.

12 Maggio

il giorno dopo vado in bagno ogni mezzora a svuotare la vescica, anche per cambiare aria. Pastrocchio con l’ago permanente del flebo, mi ingozzo a pranzo e cena senza sospettare che il service intestine, dopo il shutdown -h now dell’anestesia rimane inerte come il marmo fino al successivo service intestine start, e va riavviato a mano. Non lo sapevo, ne ho pagato conseguenze. Così mi riempio di cibo stopposo, bistecche secche come la paglia ed altre amenità. La massa del bolo (o come si diavolo chiama) pianta le tende e picchetta il passaggio appena sotto lo stomaco per protestare contro chissà quale legge da quattro soldi. Da buon tiranno ho dovuto far ricorso all’uso della forza appena arrivato a casa.

Nel pomeriggio passano i dottori, tra i quali il primario, mi guardano soddisfatti, visto che ero in piedi, e tra di loro mi chiamano il Basedow. Stupendo come soprannome. Come sta il Basedow oggi? Piuttosto bene […]. Tutto sommato mi tranquillizzano. Andandosene sparlottano di un altro paziente che deve fare la mia stessa operazione prima di operarsi agli occhi, visti i danni permanenti: occhi fuori dalle orbite, ovoidiformi, fuori asse… un disastro. Nemmeno i miei sono un granché, ma non penso di avere danni permanenti. Il primario mi anticipa che l’indomani sarei tornato a casa.

13 Maggio

L’effetto dell’antidolorifico passa, lo vedo prendersi gioco di me mentre si allontana. Non riesco più ad alzare la testa, da fuori devo sembrare un cretino, sempre con la testa bassa e gli occhi in su… così è. Aspetto sempre in piedi l’arrivo della lettera di dimissione, che arriva puntuale nel momento in cui vado in bagno. Luigino, che mi appresto a salutare, mi comunica l’accaduto e così aspetto un altro quarto d’ora, durante il quale preparo la borsa e mi rivesto, sudato ed appiccicoso, con i capelli ridotti al un moccio Vileda® usurato. Nel percorso verso casa mi accorgo di essere ancora debole, mi gira la testa e son stanco. La pancia mi fa male per il suddetto sciopero e picchetto. Al pomeriggio mi viene a trovare Francesca che mi procura mezzi militari per sciogliere la situazione allarmante denunciata dai servizi segreti e per darmi un po’ di calore umano. I punti tirano.

Oggi

14 Maggio

Oggi un po’ meglio, con l’aiuto dei miei e di gigio e di tutti mi sento più in forma. Domani inizierò la nuova terapia sostitutiva. Alé!

Attenzione! Questa non è una trattazione medica ma solo un resoconto di una esperienza personale, può contenere grosse imprecisioni ed errori.
 

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