Altro che guida Michelin
È importante dare continuità al blog. Nel senso di continuare a scrivere, cosa che non faccio. Ma anche di creare degli appuntamenti più o meno fissi. In realtà sono solo le circostanze a propormi questa continuità. Presto quindi ci sarà una nuova puntata dei tutorial che non funzionano, visto che sto ricompilando linux e so già che non funzionerà nulla.
Quello che scrivo oggi, invece, ripropone quel viaggio tra i gusti della nostra regione che era iniziato con la pizza alla plastica.
La pantegana in osteria
Ho scelto un titolo evocativo, ma in effetti è proprio quello che è successo.
Eravamo quattro amici. Sì, al bar, sì. Eravamo in una località della nostra amatissima regione. Non dirò il nome della località e tenterò di sviare le intenzioni indagatrici dei più arguti. Si tratta di una località famosa per le sue peculiarità, nata a ridosso delle rive di un corso d’acqua il quale, a lungo andare, finisce nel mmmmare. Il punto più alto della località in questione è proprio sopra la punta del campanile, il punto più basso non c’era scritto nel sussidiario. Importanti piantagioni di carote e miniere di sassi hanno fatto di xxxxxxx un fondamentale centro industriale del triveneto.
Basta così. Lì dentro, in quella località, c’è un’osteria. Dentro all’osteria ci siamo noi. Noi siamo Raffaella, Massimiliano, Gennaro, Francesca e Andrea. Io e Massimiliano diamo le spalle alla vetrata, Francesca, Gennaro e Raffaella danno le spalle al resto del bel locale situato nella località famosa per le sue peculiarità.
QUANDO AD UN TRATTO (IL RATTO!), all’improvviso, nel bel mentre che si parlava del più e del meno con un pescatore per ore&ore… la pantegana esce da un buco bucone nella parete, fa qualche metro sopra una trave e, accortasi che fosse orario di apertura del locale, se ne torna con un guizzo da dove era uscita.
La pantegana. Pelo bruno, né chiaro, né scuro. Venti centimetri di coda dietro a venti centimetri di corpo. Movenze sinuose, il fare da diva del cinema muto. Sa di essere al centro dell’attenzione. Sa di valere. Sa di poter osare: domina la scena con il suo fare sinuoso. Eppure vedi che è una bestia che dovrebbe stare in altri posti: al circo, allo zoo, in un negozio di animali. Non in osteria-bella.
Il resto della scena. Come va avanti la storia? Per venti secondi son convinto di aver veramente visto un animale da compagnia. La dissonanza cognitiva è tale che il mio cervello (e anche quello di Massimiliano, che l’ha comprato su eBay come me, pare) collega animale + osteria = AMICI! Quindi: il gestore del locale tiene volutamente un roditore così… roditore, proprio per far colpo sulla gente. Se ne vanta con gli altri gestori (così retrogradi da avere, chessò, solo un misero merlo indiano), nutre la pantegana con cibo biologico equo-solidale, la tiene allenata con giochi di agility rat, ecc.
Per cui, incredibilmente, alzo la voce e dico alla cameriera: Hey! Abbiamo visto il vostro animale!
Non so esattamente cosa lei abbia pensato. Una battuta scurrile? Un’allusione erotica? Una metafora situazionista? Boo! So solo che abbiamo faticato un po’ a farle capire che non scherzavamo. Quando ho visto la sua reazione il mio cervello ha finalmente registrato che non era proprio previsto che miss topona facesse il suo numero per movimentare la serata di annoiati avventori.
La cameriera è subito andata a parlarne col gestore, nel retrobottega, il quale non s’è nemmeno degnato di uscire dal suo buco. Per quanto… sono abbastanza convinto che in realtà il gestore fosse in qualche modo uscito… non so se mi spiego… è notte, un brutto incantesimo, una fata che per punire un gestore che guarda il culo della cameriera lo trasforma ogni sera in… pantegana… la butto lì, eh.
E poi siamo andati avanti a cercare se ci fossero tracce del passaggio del curioso animale. E… sì, ce n’erano. Il consiglio di oggi è: diffidate delle osterie che per davanti sembrano belle, e per di dietro no!
Per quanto… a ripensarci…
In realtà voglio spezzare un’arancia non tanto per la pantagana in quanto pantegana, ma per la pantegana in quanto generatrice di esperienze anti-spettacolari.
Nella Società dello Spettacolo il vero è un momento del falso, diceva qualcuno negli anni sessanta: e allora vedi che la realtà (introdotta dal simbolo divino della sconcezza della natura, il ratto) rovina la falsità della nostra esperienza sociale di consumatori tucùr: cinque persone che più o meno consapevolmente (anzi, molto consapevolmente, a dire il vero, perché siamo una elité) assistono allo spettacolo della merce: il vero finto chinotto con l’etichetta finto vecchia, l’osteria finto vecchia rimessa a nuovo per finta ma realmente, il vino ottimo che è solo l’immagine del vino ottimo.
Non scherzo, eh, lo penso veramente. Il centro della località “famosa per le sue peculiarità” è rimesso a nuovo per finta, una specie di bomboniera. Ma, in fondo, tutto ricorda l’outlet di Palmanova. Un bel finto vecchio per finte esperienze con persone reali. Ecco allora che arriva lei la dea della realtà rancida, a ricordarci che al piano di sopra è tutto abbandonato, che il palazzo è realmente vecchio, che i muri hanno realmente i buchi. Lei se ne frega delle nostre amate norme igeniche, se ne frega dell’orario di chiusura del locale, se ne frega di pagare il conto quando ruba la frutta di notte.
Quindi… grazie, grazie, divina pantegana. Ci hai riportati alla realtà per quel breve istante di vera poesia. A presto! Anzi, a mai più, perché avranno di sicuro chiamato i ghost buster in persona… mi immagino la scena, povera bestia.
E tu, gestore, ammesso che tu esista e che tu non sia il ratto: la prossima volta esci almeno dal tuo retrobottega e scusati, per Giove! Un po’ di decenza! Vuoi fare il finto tutto? Allora cura meglio i particolari, altrimenti lasci dei residui di realtà che finiscono per rovinarci lo Spettacolo!
Chinottopo : FranciBB 12:34 on 16 gennaio 2010 Permalink
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