From the monthly archives: ottobre 2009

Per scattare fotografie in formato JPEG, bisogna fidarsi del software della macchina digitale. Una fiducia sia nella bontà del software sia nella bontà delle decisioni che è in grado di compiere.

Molte son le cose che possono andare storte: il bilanciamento del bianco, l’esposizione, l’adattamento del contrasto. Una volta scattato in questo formato, abbiamo congelato le informazioni che il sensore della fotocamera ha fornito, limitando ed appiattendo l’immagine all’origine, filtrando la profondità delle sfumature senza rimedio.

Per questo, lavorare il file JPEG in post produzione, porta a risultati spesso deludenti: l’occhio allenato riconosce le mancanze di una cattiva regolazione.

Viene in soccorso il formato RAW, un formato proprietario che rappresenta i dati “grezzi” della fotocamera. Son dati salvati così come escono dal sensore. Senza lavorazioni aggiuntive. Vengono salvate le impostazioni della macchina al momento dello scatto, ma senza che queste modifichino i dati dell’immagine.

La post produzione che parte dal formato RAW, passa dal JPEG 16 bit per finire ad un prodotto finito a 8 bit per canale è quella che produce risultati migliori. Sempre che la fotografia di partenza sia buona!

Per conoscere meglio il modo di lavorare su questo formato ho comprato un libro: Fotografia RAW con Photoshop, di Gilbert Volker, Ed. Apogeo.

Come sempre ci si illude di sapere molto, alla fine ci son molte cose che ci sfuggono. Si pensa di lavorare in un modo ottimale, ma ci sono passaggi che possono esser fatti con più sicurezza e velocità. Ci son pratiche che possono essere padroneggiate solo con la lettura di un buon manuale. La pratica, poi, fa il resto.

Le prime sorprese le ho avute leggendo la parte che parla dello scatto: scattare fotografie in RAW prevede che si pensi non tanto al risultato finale, ma al fatto che la foto verrà poi processata con altri strumenti. Ci sono quindi cose che possiamo trascurare ed altre per le quali dobbiamo cambiare modo di pensare. Quindi, ad esempio:

  • disattivare effetti, curve di colore, effetti bianco e nero
  • impostare un bilanciamento del bianco automatico – magari scattando una foto ad un cartoncino di rifermento. Il bilanciamento vero lo si farà in post produzione
  • tralasciare le impostazioni di riduzione del rumore, di regolazione del contrasto, della nitidezza, ecc.

Quanti pensieri in meno! Abbiamo quindi più tempo per:

  • inquadrare correttamente il soggetto
  • scattare al “momento giusto”
  • curare apertura e tempo di esposizione

Questi tre elementi, insieme al soggetto, costituiscono una buona partenza per la post produzione di un file RAW. Ma con alcuni accorgimenti…:

  • tenere gli ISO più bassi possibile
  • cercare di sfruttare il più possibile la gamma di sensibilità della macchina

Quest’ultimo concetto, che gli anglofoni chiamano expose to the right è molto importante, ed è la vera grossa differenza tra lo scatto RAW e JPEG. Non cercare, quindi, di ottenere un’immagine buona in fase di scatto, così come la vediamo sull’LCD della macchina (che spesso, ahinoi, tradisce!), ma scattare leggendo (anche) l’istogramma, facendo in modo che tutta la gamma di valori sia utilizzata, ma senza bruciature. Spesso l’immagine apparirà sovraesposta, ma il risultato in post produzione sarà migliore!

Inizierò a pensare lo scatto in questo modo. Poi vi faccio sapere. Una buona trattazione del metodo è spiegata (in inglese) nel sito Luminous Landscape, nell’articolo Expose (to the) Right.

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Sentito questa mattina alla radio: il 56% degli italiani legge un libro — o meno — all’anno.

Tralasciando momentaneamente quelli che leggono meno di un libro all’anno… quelli che ne leggono uno, mi chiedo, ma quanto ci devono pensare prima di comprarlo?

Ah! Quest’anno compro un coso… un Libro! Voglio proprio godermelo, codesto bel ‘Libro’! Adesso vado là al negozio dei libri e prendo quello che mi gusta di più, e mi terrà compagnia per tutto l’anno!

Quelli del meno-di-uno-all’anno, invece, me li immagino diversi, meno impulsivi, più pesati nelle decisioni. Quelli lì ne leggono metà nel 2009 e metà nel 2010, dedicando sette mesi alla discussione interiore su quanto letto.

Bene, scusate per le idiote generalizzazioni, solitamente son contrario. Immagino poi che leggere un singolo buon libro sia meglio di non finirne dieci, come a volte capita al sottoscritto.

Sempre che quel libro non sia il catalogo dell’Ikea, però.

 

La Biennale di Venezia 2009


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Ieri, dopo aver letto l’articolo BleachBit: sì, ci serve un registry cleaner, mi son messo in testa che sì, mi serviva un Registry cleaner per il mio bel Kubuntu

Solitamente Pollycoke mi convince molto, e mi son lasciato convincere anche questa volta, ho installato BleachBit ed ho fatto pulizia totale, globale e definitiva.

Sembrava funzionare tutto. Al riavvio successivo, non funzionava più un nulla: la sessione KDE non partiva più.

Dovesse capitare anche a voi, controllate che il file $HOME/.ICEauthority abbia come owner il vostro utente, e non root! Chi l’ha cambiato di owner? Non lo so proprio.

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Tanti auguri!

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